Haṃsa Libera Scuola di Hatha Yoga

Emanuela Angela Letizia Ghidini

POETRYOGA. POESIA PER LO YOGA E YOGA PER POETI – Tesi per il conseguimento del titolo di istruttore yoga

4. Milarepa e Mirabai – ovvero poesia come veicolo di beatitudine e poesia come espressione devozionale

Poiché temo la grande pioggia,
cerco una casa dove ripararmi,
la Vacuità è la mia casa
occuparmi di essa mi rende felice.

Poiché temo il freddo,
cerco di possedere delle vesti,
il Fuoco Interiore è il mio vestito,
in esso trovo sufficiente calore e ardore.

Poiché temo la povertà
cerco denaro all’esterno,
ma trovo pietre preziose dentro di me,
il Sé è il donatore.

Poiché temo la fame,
cerco il cibo e vado a mendicare,
il samadhi è un buon cibo
che mi sazia all’istante.

Poiché temo la sete
cerco qualcosa da bere,
la Consapevolezza è un buon vino,
non ho nient’altro a cui pensare.

Poiché temo la solitudine,
cerco un amico dall’aspetto piacevole,
la Beatitudine del Vuoto è il migliore,
non sento più il bisogno di un caro amico.

poiché temo di perdermi
cerco un sentiero che non mi tradisca,
trovo la via più breve del due-in-uno,
non ho più paura di sbagliare strada.

GHIDINI EMANUELA, TESI I poetryoga-3

Sono dolcissimi versi di Milarepa, santo e poeta tibetano vissuto tra l’XI° e il XII° sec d.c., nonché uno dei principali maestri buddhisti del Tibet. Nell’ultima parte di una vita travagliata e avventurosa, dopo la sua iniziazione e la suprema illuminazione, compose i Centomila Canti, opera ancor oggi letta e tradotta in tutto il mondo.

La tradizione riporta che le sue composizioni avevano il potere “magico” di generare in chi le ascoltava un profondo stato di quiete e di beatitudine interiore. Così avvenne ad esempio quando un gruppo di cacciatori, passando per caso davanti alla grotta del santo eremita e vedendolo vestito di tela di sacco, con la pelle verdognola per la malnutrizione e il corpo magro e logorato dall’ascesi, lo scambiarono per un miserabile e cominciarono a canzonarlo. Milarepa allora con fermezza li interruppe e, per spiegare loro l’importanza della meditazione e di una mente priva di sofferenza, intonò questo canto:

Come pacificare la propria mente,
il segreto sta nel lasciar andare,
senza creare tensione, senza far nulla,
come bimbi addormentati dovreste essere.

Come un calmo oceano senza onde,
come una luminosa lampada senza vento,
possa la vostra mente essere in pace.

Come cadaveri senza orgoglio,
con fermezza tenetela a riposo.

Come un mare senza marea
libero da ogni forma di movimento

Continuando a camminare lungo il sentiero del misticismo, incontriamo anche il Bhakti yoga, o yoga dell’adorazione, dove, nell’elevatezza della poesia, l’espressione artistica si fonde con quella devozionale, invocando una vera e propria epifania divina.

È questo il caso di Mirabai, grande poetessa e mistica indiana del XVI° sec d.c., che compose centinaia di canti devozionali in onore del dio Krishna. Dotata di una bellezza eccezionale, nata principessa e sposa di un principe, ruppe numerose convenzioni sociali della sua epoca e dedicò interamente la sua vita, la sua persona, il suo cuore e la sua opera al dio blu, al quale si sentiva legata da un vincolo matrimoniale stabilito durante un’onirica cerimonia. Mirabai è ancora oggi in India un personaggio molto popolare e molto amato; le sue poesie sono state tramandate oralmente per secoli e ancora oggi sono apprezzate da un vastissimo pubblico.

False sono gemme e perle,
falsa la loro luce e il loro brillare.
Falsi sono gli ornamenti.
Autentica è solo la ghirlanda dell’Amato.
False sono queste vesti di seta e questi sari del Sud.
Autentici sono gli stracci dell’Amato
indossando i quali il corpo resta puro.
Getta le cinquantaquattro prelibatezze,
consumarle è segno di debolezza.
Gli ortaggi del nostro Amato sono migliori,
sapidi o insapori.
Perché guardare al fertile orto del vicino coltivando invidia?
Meglio accontentarsi del proprio sterile campo:
anche da questo nascerà qualche frutto.

 

GHIDINI EMANUALA, TESI I poetryoga-4

E ancora:

Oh potente Signore, in Te io cerco rifugio.
Vasto è l’oceano del mondo,
oltre le mie forze.
Tu solo sei il mio vascello
che mi permetterà di attraversarlo.

Mirabai provava un amore intenso e struggente per Krishna ed esprimeva la sua relazione, anche erotica, con il dio attraverso le sue liriche, composte in momenti di vera e propria estasi poetica.

Ho parlato con Te,
scuro Dio che solleva il monte,
ho parlato di questo amore antico
nascita dopo nascita.
Non andare, Giridhara,
permettimi di offrire in sacrificio
me stessa, oh Amato, al tuo luminoso volto.
Vieni qui, nel giardino
Signore dalla pelle scura.
Le donne intonano i canti nuziali;
i miei occhi hanno preparato un altare di perle,
ed eccoti il mio sacrificio:
il corpo e l’anima di Mira,
la serva che si annoda ai tuoi piedi,
vita dopo vita,
un vergine campo che tu possa mietere.

Anche altri devoti hinduisti componevano poesie con le quali manifestavano la propria personale devozione, come reazione ai complessi rituali della religione vedica. I bhakta ancora oggi sono spesso di umili origini e non hanno istruzione. Il loro amore per la divinità si nutre di spontaneità e di immediatezza, senza bisogno del tramite di incomprensibili scritture o dell’intervento di sacerdoti. Provare un sentimento di devozione ed esprimerlo liberamente attraverso i propri atti e le proprie parole è sufficiente per sentirsi vicini all’Eterno e per muoversi verso la liberazione. Tra questi, ad esempio, Ravidas, poeta indiano del XV sec., era un conciatore di pellame, un lavoro ritenuto estremamente impuro perché prevedeva il contatto con carcasse animali e con liquami:

Non ho mai imparato a tingere le pelli né a cucire sandali
ma la gente viene alla mia bottega.
Non ho ago per fare buchi
e nemmeno una lama per tagliare il filo.
Altri cuciono e annodano
mentre io, sciolti i nodi, vado.